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La Giostra

La Giostra

“La giostra” di Ulderico Pesce

“La vita è una giostra, c’è chi sta sopra e gira e chi sta sotto e guarda. Noi folli siamo sotto.”

E’ la frase detta da un paziente del Dipartimento Salute Mentale di Basilicata diventata il titolo del docufilm.

In un mondo dove tutto è comunicazione, velocità, scopi e obiettivi da raggiungere, il docufilm “la giostra”, per la regia di Ulderico Pesce, raccoglie testimonianze di un’altra vita, quella dei pazienti psichiatrici, dove trionfano lentezza, mistero, ozio, mancanza di obiettivi o presenza di altri obiettivi, non del tutto chiari.

Il docufilm è un viaggio nella follia, dal tempo in cui i folli venivano messi sulle navi e allontanati dal mondo “civile”, all’internamento, ai manicomi e poi, dopo la Legge Basaglia, alle case alloggio e fino agli appartamenti di oggi. E’ un viaggio in un mondo che “i normali” rifiutano di approfondire, di cui “temono” e che, ancora oggi, spesso emarginano.

Tre storie guidano il racconto, quella di Franco, che si ritrova in manicomio per una storia d’amore finita male, a seguito della quale, ha un primo momento di depressione e poi i primi “squilibri”. In manicomio, “dopo aver dato “qualche schiaffetto a una guardia”, come dice Franco, si ritrova addirittura nel Manicomio Criminale di Aversa dove viene chiuso in una cella con altri otto pazienti e dove accadono cose “inumane”. Dopo venti anni terribili lo vediamo oggi in una casa famiglia dove ritrova un po’ di pace e serenità.

La seconda storia è quella di Maria che, da bambina, ebbe un attacco epilettico e i genitori, per paura e ignoranza, la chiusero in manicomio dove iniziarono per lei gli elettroshock. Dopo venti anni di maltrattamenti la ritroviamo oggi in un appartamento con le amiche. La vediamo mentre fa la spesa, mentre cucina, mentre sorride per la recuperata dignità.

L’ultima storia è quella di Petronilla che, rimasta incinta in giovane età, viene abbandonata. Questo abbandono le produce una crisi depressiva mentre, con determinazione, decide di portare avanti la gravidanza. Partorisce, ma le crisi depressive sono violente. E allora viene chiusa in manicomio. Quando esce, anni dopo, non trova più il figlio. Oggi vive col desiderio di rivederlo, “quel ragazzo ha 36 anni, lo voglio rivedere, è mio figlio”, dice Petronilla nel docufilm, e da qualche parte anche lui avrà desiderio di rimpossessarsi della sua storia.

A queste tre storie madri si intrecciano altre microstorie. Quella di Vito, il folle sordo muto che trova pace nel fare piccoli “giochini in legno” e comunicando con i soli gatti; quella di Domenico, ex carabiniere, che ritiene di aver costruito il manicomio dove poi è stato rinchiuso per venti anni; ma ci sono soprattutto le storie “irraccontabili”, le storie che appartengono ad un altro codice espressivo, a una vita che ci sfugge, come quella di Mario che ripete continuamente la filastrocca che ha inventato in manicomio: “manicomio ko zero a zero, psichiatri di viseo domestico verita, vero di don Uva o no salvazione, e a i i o, ko zero a zero ko.”; o la storia del giovanissimo Gabriele che ti fissa negli occhi, immobile, che ti porta dentro i suoi occhi, dove rimane tutto un mistero, e dove se vuoi, puoi riuscire a perderti per un po’.

NOTE DI REGIA: “Ho sempre ammirato i folli. Per quattro anni li abbiamo seguiti con la macchina da presa. Siamo entrati nelle Case alloggio dove vivono, abbiamo vissuto con loro, abbiamo ascoltato molto. Si sono aperti, ci hanno regalato le loro storie più intime. Le abbiamo raccolte con cura. Una testimonianza che serve agli uomini e alle donne di oggi.”

Ulderico Pesce

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